Gli Etruschi

Gli Etruschi nell'Alta Tuscia

22/03/2012 9.49.44

"Qui rise l’Etrusco, un giorno, coricato, cogli occhi a fior di terra, guardando la marina..." (V. Cardarelli) e quella terra che gli fu Madre e matrice egli rivestì negli otto secoli della sua vita di una serie infinita di monumenti, segno unico e tangibile della sua vicenda umana e storica.

etruschi.jpg (6986 byte)Nella Tuscia il "mistero etrusco" seppur aleggia sospeso nell’atmosfera delle città abbandonate e mute e nelle necropoli vaste e silenziose, dispiega il suo vero volto più che in altre terre d’Etruria.

Prima ancora che l’Etrusco entrasse nella Storia con l’acquisizione della scrittura egli era presente con le numerose necropoli protovillaniane e villanoviane (X - VIII sec. a.C.) ove l’elmo di bronzo crestato e la ciotola che custodivano le ceneri, già preannunciavano questa prima civiltà italica. Poi furono le grandi città (Tarquinia, Vulci, Velzna, Falerii), città proiettate in una nuova dimensione economica, pulsanti di attività diverse e di nuovi fermenti sociali, con attorno, una miriade di altri centri fortemente arroccati sui bastioni tufacei che moltiplicarono la vita e l’uso sapiente e razionale del territorio. In sincronia con le città dei vivi nacquero le città dei morti che scesero nelle viscere della terra madre a fermare le radici e a custodire e tramandare nel tempo il sorriso colmo di speranza dell’Etrusco (VIII - I sec. a.C.). E la tomba divenne la casa immortale con la ripetizione nella roccia dell’abitazione terrena ove si raccolse il gusto del bello nei gioielli, nelle ceramiche, nei bronzi, nelle suppellettili, ove il volto e il nome e il gentilizio dell’uomo e della donna si tramandò nei sarcofagi e dove la pittura fermò nell’immagine e nel colore il paesaggio e la sensuale gioia di viverlo.

Qui nella Tuscia, più che altrove, quando il conosciuto ed indagato destino volse al declino, l’Etrusco affidò il suo anelito di immortalità nelle monumentali necropoli rupestri consegnando alla roccia amica e all’immagine suggestiva della Finta Porta l’inquietante mistero della vita e della morte (IV - I sec. a.C.). Lunghi nastri si dispiegano sui declivi tufacei, in luoghi pur oggi protetti da un mistero eterno ove il verde forte della vegetazione contrasta ed esalta il rosso cupo del tufo. E ancora su questa felice porzione di terra dell’Etruria sono i templi, i sacelli, le edicole, i depositi votivi, di quello che fu il popolo più religioso dell’antichità, dove l’incenso più non arde che nello splendido sole, dove più l’aruspice non legge le viscere se non nell’eterno brusìo del vento, dove più non si compie il sacrificio che non sia quello di un intero popolo. E sulle rive azzurre del mare, cui donarono il nome, ancor emergono dalle acque e dalla terra i porti dove il commercio veicolava cultura e tecnica, gusto e arte.
Questa è la Tuscia, una terra da scoprire nel segno della cultura del primo e più grande popolo d’Italia, nell’andare cosciente per millennari sentieri, per avvertire il soffio e la sapienza della vita negli abitati deserti e nelle molteplici necropoli, nei luoghi tutti che una profonda esperienza umana ha reso sacri.

BOLSENA

BOLSENA: panorama

Quando nel 264 a C. Roma costrinse i superstiti abitanti di Velzna (Orvieto) ad abbandonare la città distrutta e ad insediarsi sulla sponda orientale del lago di Bolsena prese avvio concretamente la vita di Volsinii. Il nuovo abitato si dispose su una serie di pendii degradanti verso la valle del lago ricoprendo una estensione di 65 ettari dalla Mozzetta di Vietena a Poggio Moscini. La zona non era comunque deserta come testimoniano nei dintorni i resti sul colle della Civita presso il fosso d’Arlena, di Capriola, di Turona, Bucine, Barano, Poggio Sala, Rebuttano e Scopetone con le relative necropoli (VIII - V sec. a.C.). Le ricerche, in particolare quelle della École Française hanno riportato alla luce tratti della cinta di mura (6 km) in blocchi di tufo in opera quadrata (ben visibili a Poggio Moscini con segni delle maestranze di cava, III sec. a.C.), due tempietti: uno in località Poggio Casetta (erroneamente attribuito alla dea Nortia ed oggi più verosimilmente al dio Selvans) e Pozzarello e resti della città che nei secoli, II e I a.C. si avvia a divenire un importante centro romano rinvigorito dal passaggio della Via Cassia. In località Mercatello nelle abitazioni romane sovrapposte alle modeste case etrusche si trova, tra l’altro, una vasta sala sotterranea ove si riunivano gli adepti del culto di Dioniso violentemente stroncato dal Senato romano nel 186 a.C. con la legge sui Baccanali. I resti del trono fittile di Dioniso, detto "delle Pantere", sono conservati assieme a numerosi altri che testimoniano la lunga vita di Volsinii e dell’area lacuale nel Museo presso la Rocca Monaldeschi..

 

Grotte di Castro, PIANEZZE

È una delle necropoli dell’ignoto abitato etrusco che sorgeva sull’altura tufacea (20 ettari) detta "La Civita" da alcuni chiamata anche Tiro dove i resti etruschi sono per lo più cunicoli, cisterne e tratti della cinta difensiva a grandi blocchi di tufo. Lungo la dorsale che scende con rilevante pendenza verso la sottostante valle vi sono diverse tombe a camera del VI sec. a.C. distribuite su più livelli con lunghi e monumentali corridoi di accesso. Gli ambienti sepolcrali hanno, a volte, più camere ove i defunti venivano deposti in fosse scavate sui pavimenti o in loculi posti sulle pareti. Negli immediati dintorni altre necropoli, tra cui quella Vigna della Piazza, di Valle Muje, Maccarino, Toiena, Le Sane e Pian dell’Aia. Molti sepolcri presentano soffitti scolpiti a doppio spiovente riproducenti l’orditura lignea dell’abitazione etrusca e dove alcuni elementi strutturali vengono messi in rilievo con fasce e bande colorate.

 


 

ISCHIA DI CASTRO

ISCHIA DI CASTRO”: panorama

Cittadina dipendente dalla città-stato di Vulci, Castro, di cui ignoriamo il nome etrusco, forse Statonia, si distende su un promontorio roccioso dalle pareti a strapiombo sul fosso delle Monache a nord e sull’Olpeta a sud le cui acque confluiscono più a valle nel Fiora. La continuità dell’insediamento fino all’anno 1649, quando, sede del Ducato di Castro della potente famiglia Farnese, fu rasa deliberatamente al suolo per ordine di papa Innocenzo X, non permette di ritrovare resti etruschi. D’altronde oggi tutto il pianoro è coperto da una fitta vegetazione boschiva entro la quale emergono romantiche rovine rinascimentali. Sono le necropoli che costellano le colline vicine a delinearci la storia e l’importanza di questa roccaforte nel corso del VII e VI sec. a.C. Seppur ripetutamente violate, le tombe a cassone e a camera hanno restituito corredi di notevole importanza oltre diverse sculture in nenfro raffiguranti per lo più animali fantastici o meno (cavalli e leoni alati, arieti, pantere, sfingi) posti a guardia dei sepolcri con talvolta delle manifestazioni monumentali. Nel vestibolo aperto di una di queste tombe archeologi della Scuola Belga portarono alla luce una biga da parata con rivestimenti di bronzo e gli scheletri dei due cavalli che la trainavano immolati al momento della sepoltura del loro signore (fine VI sec. a.C.). Dello stesso periodo è una grande tomba rupestre con tre camere, lunga 13 m., con cornici in nenfro e protomi d’angolo a testa di ariete e leone, scavata nel tufo davanti alla chiesa del Crocifisso. Un bel Museo è ad Ischia di Castro con reperti dalla preistoria al periodo romano.

 


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