Il Sentiero dei Briganti


22/03/2012 9.11.01

Il “Sentiero dei Briganti”, ideato, progettato e realizzato dalla Comunità Montana “Alta Tuscia Laziale”, inizia nella natura e nella natura si conclude. Parte dalla riserva naturale regionale Monte Rufeno e conduce fino all’oasi WWF di Vulci, dopo aver toccato le rive del lago di Bolsena, attraversata la selva del Lamone e solcate le fertili distese della Maremma. Paesaggi mutevoli che, tra la prima metà dell’Ottocento e gli inizi del Novecento, furono testimoni della nascita, dello sviluppo e, fatalmente, della scomparsa del triste fenomeno del brigantaggio, legato alla famigerata memoria di criminali usciti dal crogiolo della povertà e della di sperazione. Un contagio, un’epidemia e una guarigione, si potrebbe dire, che hanno lasciato tracce indelebili in molte contrade dell’Alto Lazio, alimentando ancora oggi forti passioni e racconti dai contorni ormai leggendari.
Profondamente segnati dalle condizioni di vita, al limite dell’umano, in cui allora si dibattevano le classi meno abbienti, spesso costretti alla latitanza loro malgrado, in quanto vittime di ogni sorta di ingiustizia, questi disgraziati, appena presa la patente da brigante, minacciavano, rubavano, rapivano, stupravano, bastonavano, ferivano e uccidevano solo per vivere il meglio possibile, tutelando gli interessi loro e dei loro protetti, in barba alla massa degli onesti che, altrettanto sfortunati, si sforzavano comunque di condurre una vita dignitosa, anche se nella più assoluta povertà. Nemici dello Stato, della Chiesa e di ogni altra istituzione, non si vergognavano affatto di mettersi al soldo dei grandi possidenti terrieri per combattere le rivendicazioni dei poveri lavoratori; maestro in questa sottile arte criminale, vera e propria “associazione per delinquere di stampo mafioso” ante litteram, fu Domenico Tiburzi da Cellere, meglio noto come il “re del Lamone”, uomo certamente abile e intelligente, quanto freddo e sanguinario calcolatore; niente a che fare, quindi, col Robin Hood a cui qualche scrittore cinico e salottiero ha ritenuto opportuno accostarlo. Il “Sentiero dei Briganti” si sviluppa soprattutto lungo percorsi campestri, da affrontarsi preferibilmente a piedi, in mountain-bike o a cavallo, solo raramente raccordati tra loro da brevi tratti di viabilità ordinaria. La presenza del sentiero è continuamente segnalata sia da frecce direzionali posizionate agli incroci con altre strade sia da oltre cinquanta pannelli informativi che, distribuiti lungo l’intero percorso, narrano la storia dei luoghi, ne descrivono la natura, illustrano le peculiarità dei paesi lambiti dall’itinerario, ricordano le drammatiche vicende che videro protagonisti i più tristemente famosi briganti della Tuscia.
Si può accedere al sentiero da molti punti diversi e lo si può percorrere in qualunque direzione e per qualunque tratto, anche se la sua origine è stata immaginata all’interno della riserva naturale regionale Monte Rufeno, un’area di quasi 3.000 ettari fatta di habitat assai diversi tra loro che, da oltre 700 metri s.l.m., degradano dolcemente in un vasto complesso collinare di calcari e di argille, solcato da innumerevoli corsi d’acqua, in gran parte tributari del fiume Paglia. La riserva è servita da vari itinerari attrezzati, tra loro diversi per grado di difficoltà e durata, lungo i quali si incontrano vecchi casali oggi adibiti sia a punti di sosta e di ristoro sia a centri di studio e documentazione. Nel Museo del fiore, allestito nel Casale Giardino, sono valorizzati e illustrati al meglio gli aspetti naturalistici dell’area dove, accanto a una grande varietà di piante e di animali, si possono annoverare oltre quaranta specie spontanee di orchidee.

PROCENO

PROCENO: panorama

Scesi nella valle del Paglia e attraversato il fiume sopra il ponte fatto costruire da Gregorio XVI nel 1580, ci troviamo di fronte a un’imponente bancata vulcanica, composta soprattutto delle lave eruttate dal complesso Volsino, sul cui margine sorge Acquapendente. Entriamo nel territorio di Proceno, che la tradizione vuole fondato dall’etrusco Porsenna, re di Chiusi e di Volsinii, nemico giurato di Roma. Sul centro storico domina la mole della Rocca, con tre torri quadrangolari merlate raccordate da alte mura, fatta costruire da papa Gregorio V nel 997 e successivamente restaurata a più riprese fino in epoca moderna; il palazzo Sforza, interessante esempio di architettura rinascimentale, fu voluto nel 1537 dal cardinale Guido Ascanio. Appena fuori dall’abitato sorge la chiesa di S. Martino, edificio gotico con pregevoli affreschi quattrocenteschi di scuola senese; di stile gotico era anche il primitivo impianto della chiesa parrocchiale del SS. Salvatore, parzialmente ricostruita dopo il terremoto del 1919, mentre di fondazione cinquecentesca è la piccola chiesa campestre della Madonna del Giglio, con affreschi attribuiti alla scuola degli Zuccari.

ACQUAPENDENTE

ACQUAPENDENTE: panorama

Il sentiero prosegue nel territorio di Acquapendente, dove Luciano Fioravanti, l’ultimo dei grandi briganti della Tuscia, vide la luce; qui Giovanni Erpita, un brigante originario di Latera vissuto nella prima metà del XIX secolo, invaghitosi di una ragazza del luogo, non esitò a strapparla con la violenza al novello sposo, arrivando a ucciderla, purché non fosse di nessun altro. Acquapendente fu un importante centro di sosta lungo la via Francigena, sorto nell’Alto Medioevo e legato alla gloriosa tradizione dei “Pugnaloni”, i grandi quadri realizzati con fiori e foglie, raffiguranti soggetti religiosi o allegorici, che ogni anno vengono portati in processione durante la festa della Madonna del Fiore (terza domenica di maggio) in ricordo della miracolosa fioritura di un ciliegio secco che spinse il popolo aquesiano alla rivolta contro Federico I Barbarossa. Da visitare la basilica cattedrale del S. Sepolcro, con interni di stile romanico e facciata ricostruita nel XVIII secolo, dotata di una cripta contenente un’ imitazione del Santo Sepolcro di Gerusalemme. Quindi la chiesa di S. Francesco, impreziosita da un pregevole portale gotico, e il palazzo Viscontini, realizzato nel 1581 su progetto di Ippolito Scalza. Nella torre Julia de Jacopo, imponente residuo delle fortificazioni medievali, ha sede il centro visite della riserva naturale Monte Rufeno e ospita una sezione del Museo della città di Acquapendente, allestito nel vecchio palazzo vescovile. Nella parte più alta dell’abitato domina la torre dell’Orologio, detta anche “del Barbarossa”, mentre sulla piazza principale, dedicata a Girolamo Fabrizio (il grande chirurgo amico di Galileo Galilei), si affaccia il nuovo palazzo Comunale, imponente edificio in stile neoclassico costruito nel 1876.  

ONANO

ONANO: panorama

Da Acquapendente, percorrendo un ampio complesso collinare, andiamo in direzione di Onano, attraversando una zona dove fu trovata una piccola necropoli di tombe a grotticella riferibili alla civiltà di Rinaldone, popolo di pastori e di guerrieri che abitarono il Lazio settentrionale e la Toscana meridionale durante il periodo eneolitico (o età del Rame), concentrando le loro presenze soprattutto nelle valli del Fiora e dei suoi affluenti. Famoso per aver assistito alla fanciullezza di Eugenio Pacelli (futuro papa Pio XII) e per la produzione di un’ottima qualità di lenticchie, Onano può vantare un centro storico ben conservato, ancora definito da parti consistenti delle mura di cinta (dotate in origine di ben 17 torri) e impreziosito dall’imponente mole di palazzo Madama, costruito nel XIV secolo e successivamente ampliato e restaurato dai Monaldeschi della Cervara. Nella chiesetta campestre della Madonna del Piano si conserva un affresco del Pastura (eseguito nel 1500) e nella chiesa della Madonna delle Grazie si possono ammirare affreschi trecenteschi di scuola senese, tra cui una pregevole Madonna con Bambino. 

GROTTE DI CASTRO

GROTTE DI CASTRO: panorama

Dopo aver toccato il castello di Santa Cristina, il sentiero dei Briganti piega decisamente in direzione del lago di Bolsena, addentrandosi per un lungo tratto nel comune di Grotte di Castro, suggestivo borgo medievale arroccato sopra una stretta lingua di tufo e circondato da un gran numero di cavità artificiali di ogni genere, adibite soprattutto ad uso agricolo, spesso riutilizzando antiche tombe etrusche. Tra gli edifici religiosi meritano una visita sia la Basilica Santuario di Maria SS. del Suffragio, costruita tra il 1625 e il 1672 sul luogo dell’antica pieve di S. Giovanni Battista (IX-X secolo) e sede di un’interessante raccolta di antichità e di arredi sacri, sia la chiesa di S. Pietro Apostolo, dal pregevole campanile romanico (XI-XII secolo). Al centro del paese svetta il palazzo Comunale, costruito verso la fine del XVI secolo su progetto del Vignola, mentre nel Museo civico archeologico è illustrato, attraverso l’esposizione di vari corredi funerari recuperati nelle necropoli etrusche del circondario, il passato più remoto di Grotte di Castro, quando l’abitato sorgeva sull’altura di Civita ed era il secondo in ordine d’importanza nell’ambito dell’antico territorio volsiniese, dominato dalla città/stato di Velzna/Volsinii (Orvieto). Scendendo lungo il sentiero verso il lago, giunti in pianura possiamo visitare il parco archeologico di Pianezze, sede di una delle necropoli etrusche più importanti della zona, dove si possono ammirare interessanti esempi di architettura funeraria etrusca databili tra la fine del VII e il VI secolo a.C.; le tombe, scavate nel tufo, presentano spesso particolari interni scolpiti e, in un caso, dipinti in rosso, a imitazione degli elementi realmente esistiti nella coeva architettura domestica.

GRADOLI

GRADOLI: panorama

Tornati sul sentiero costeggiamo per lungo tratto il litorale lacustre di Gradoli, un continuo susseguirsi di scorci panoramici riflessi dalle limpide acque; ogni tanto, sul bordo del lago, incontriamo una capanna da pescatore e lì vicino, in momentanea sosta sul bagnasciuga oppure tirata in secco sulla spiaggia, la tipica barca da pesca del lago di Bolsena, di forma triangolare allungata, a fondo piatto, con la prua appuntita e rialzata e la poppa mozza. In questa stessa zona, nelle fitte boscaglie che sovrastano ancora oggi la chiesa di S. Magno, costruita a pochi metri dalla riva, molti furono gli episodi di brigantaggio di cui si è conservata memoria: nel 1806 i briganti Chiappa e Nocchia, entrambi originari di Gradoli, usarono un povero frate francescano che cavalcava un mulo come bersaglio vivente, solo per provare la qualità della loro polvere da sparo - verso la metà del secolo Paolo Grossi (alias Fumetta) Valentano sorprese presso la chiesa una contadina intenta a raccogliere legna e la violentò, lasciandola legata mani e piedi - negli anni Ottanta del secolo il brigante Leonardo Sinopoli fu assassinato con una scarica di pallettoni, si dice partita dallo schioppo del “fedele” suo compagno Giuseppe Perugini, di Marta, meglio noto come Moretto - nel 1891, infine, i due famigerati briganti Ansuini e Menichetti, colpirono a morte il brigadiere dei Carabinieri Sebastiano Preta, mentre questi tentava di catturarli. Dal centro storico di Gradoli, visibile dall’intero circondario lacustre, si erge la mole del palazzo Farnese, progettato da Antonio da Sangallo il Giovane e fatto costruire dal cardinale Alessandro (futuro papa Paolo III) per celebrare le nozze del figlio, Pier Luigi, con Girolama, della nobilissima schiatta degli Orsini; l’interno del palazzo, sede del Comune, ospita anche il Museo del costume farnesiano e la Biblioteca comunale. Nell’attigua chiesa parrocchiale di S. Maria Maddalena, edificio barocco a tre navate, sono conservati un fonte battesimale marmoreo con decorazione figurata e un affresco raffigurante una Madonna con Bambino, opere entrambe del Cinquecento.

LATERA

LATERA: panorama

Scendiamo verso Latera, un suggestivo borgo avvolto attorno a un colle tra un mare di querce e di castagni. Quasi tutti i briganti dell’Alto Lazio vi transitarono, ma il viterbese Vincenzo Pastorini (alias Cenciarello) vi trascorse gran parte della sua breve esistenza, prima di essere eliminato da Domenico Tiburzi, e vi nacquero (oltre a Giovanni Erpita, di cui si è già detto) il feroce Brando Camilli e i due fratelli Rossi, Pietro (alias Mattaccino) e Clemente (alias Marcotullio), tutti morti nel tentativo di vendicarsi di concittadini che avevano osato “tradirli”, denunciando le loro malefatte. Il paese è dominato dalla mole del palazzo Ducale, costruito dai Farnese nel corso del XVI secolo; a fianco la chiesa parrocchiale di S. Clemente, patrono di Latera, ampliata nel 1603 a cura di Mario Farnese, arricchita da un campanile settecentesco di stile borrominiano. Notevole è anche la fontana monumentale fatta costruire nel 1648 da Pietro Farnese, come punto di arrivo nel nuovo acquedotto, mentre nella cistercense grangia di S. Pietro, alle falde meridionali di Latera, ha sede il Museo della terra, dove il nostro passato recente, legato al mondo contadino e alle tradizioni religiose e popolari, sembra rivivere.L’itinerario conduce ora sulle sponde del laghetto vulcanico di Mezzano che, pur trovandosi a un passo da Latera,ricade nel comune di Valentano. Le acque sono limpidissime, alimentate da sorgenti subacquee, la forma del lago è rotondeggiante, interrotta solo dalla bocca dell’emissario, il fiume Olpeta, affluente di sinistra del Fiora. Qui, nel corso dell’età del bronzo, è vissuto un grande villaggio di palafitte, i cui resti, ben conservati, sono oggi esposti nel Museo civico di Valentano.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

VALENTANO

 

Solo qualche chilometro fino a Valentano, sorto sullo spartiacque tra la caldera di Bolsena e quella di Latera, noto per le sue cave di materiali vulcanici, a cui si devono i forti contrasti cromatici, dal rosso al nero, che segnano il territorio. Si entra nel borgo da porta Magenta, di aspetto rinascimentale, attraversando la cinta muraria costruita all’epoca di Martino V (nel 1417), e si raggiunge poco dopo il culmine dell’abitato, dove troviamo la chiesa di S. Giovanni Evangelista, patrono di Valentano, e la rocca Farnese, eretta modificando e ampliando una fortificazione medievale; trasformata in palazzo da Pier Luigi Seniore, attualmente ospita il Museo della preistoria della Tuscia e della rocca Farnese. Il sentiero prosegue all’interno della caldera di Latera, dove sono stati individuati molti resti risalenti al periodo Neolitico e all’età del Bronzo, fino a raggiungere i ruderi del borgo medievale di Sala; a parte i pochi resti murari del castello, l’unico edificio ancora in piedi è la chiesa di S. Maria, di probabile fondazione cistercense, da cui provengono pregevoli affreschi, databili tra il XV e il XVII secolo, oggi conservati nel palazzo Chigi di Farnese. Da
qui comincia la selva del Lamone, bosco inestricabile e leggendario, casa di tutti i briganti della Tuscia, fucina di storie e leggende, oggi inserito tra le riserve naturali regionali. Insediatasi tra i miliardi di pietre in cui, raffreddandosi, si fratturarono le immense colate laviche uscite dai vulcani del complesso di Latera, la selva del Lamone si estende per circa 1.800 ettari, segnando per lungo tratto il confine tra il Lazio e la Toscana; composta per lo più da vari tipi di quercia, è il regno di funghi e asparagi, oltre che il rifugio preferito da tutte le specie animali che vivono alle nostre latitudini.

 

FARNESE

 

La riserva è compresa nel comune di Farnese, un borgo che, nella sua parte più antica,sembra nascere dalla rupe di tufo su cui insiste, conservando ancora un aspetto squisitamente medievale; dette i natali a Domenico Biagini (detto “il Curato” o “Corata”), il più fedele compagno di Tiburzi, e presso il vecchio cimitero, abbandonato da oltre un secolo, vennero seppelliti alcuni tra i più pericolosi briganti della zona, come David Biscarini e Vincenzo Pastorini, come Giuseppe Basili e il leggendario “Veleno”. Si accede al centro storico attraverso una porta ad arco e poco dopo, sulla destra, si trova il palazzo Ducale, con un bel portale delimitato da colonne bugnate, da cui si stacca il viadotto che un tempo conduceva alla “Selva”, il giardino privato dei Farnese. All’esterno del centro storico, salendo per la strada che separa palazzo Chigi, attuale sede del Comune, da una fontana monumentale costruita nel 1887, si raggiungono i magazzini dell’Ammasso, dove oggi è ospitato il Museo civico archeologico “Ferrante Rittatore Vonwiller”.

 

 

ISCHIA DI CASTRO

 

Procedendo verso la capitale del ducato di Castro, entriamo nel territorio di Ischia di Castro. Scendendo per la via che attraversa la parte più moderna del paese, passiamo davanti all’edificio delle scuole, sede del Museo civico archeologico “Pietro e Turiddo Lotti”, e arriviamo al borgo antico, annunciato dalla mole, più volte rimaneggiata, del palazzo Ducale. All’interno, nell’intricato tessuto urbanistico medievale, la chiesa di S. Ermete, ove si custodisce un fonte battesimale cinquecentesco, e la chiesa di S. Rocco, decorata con affreschi di stile manierista; presso l’abitato è la chiesa della Madonna del Giglio, con affreschi del XIV e del XV secolo. Il pianoro di Castro è raggiungibile anche attraverso le cosiddette “vie cave”, antiche strade probabilmente risalenti all’epoca etrusca, profondamente incassate nelle colline di tufo allo scopo di smorzare le pendenze e abbreviare le distanze. Il pianoro tufaceo, dotato di poderose difese naturali, ospitò in epoca arcaica un importante insediamento etrusco, a cui si riferiscono le estese necropoli circostanti; tra XVI e XVII secolo fu sede della capitale del ducato farnesiano, conquistata e rasa al suolo nel 1649 dalle truppe pontificie per ordine di Innocenzo X. Oggi la natura, celando tra gli alberi le rovine degli edifici e le piazze, ha ripreso pieno possesso della rupe di Castro. Nella seconda metà del XIX secolo tanti fatti delittuosi avvennero al riparo delle macchie della zona, ma almeno uno ebbe dell’incredibile e del grottesco, quando la banda più pericolosa dell’intera Tuscia, allora comandata da Davide Biscarini e formata da Domenico Tiburzi, Domenico Biagini, Vincenzo Pastorini e da un quarto brigante rimasto sconosciuto alle cronache, venne sorpresa dai Carabinieri in una grotta sul torrente Paternale. Avendo subito compreso la pericolosità della situazione, Pastorini assieme al brigante sconosciuto se la diedero prontamente a gambe, Biagini, ferito a un piede, la scampò ruzzolando giù per un dirupo, il capobanda Biscarini si beccò una fucilata nella schiena e ci rimise la pelle, mentre quello che sarebbe di lì a poco diventato il più famoso e famigerato brigante della Tuscia, Tiburzi, colto senza i calzoni che aveva da poco messo ad asciugare al fuoco, dovette svignarsela in mutande. Domenico Tiburzi, il “re del Lamone”, il peggiore di tutti, nacque a Cellere il 28 maggio 1836 e visse sessant’anni al servizio del male, fino al 23 ottobre del 1896, quando cadde spavaldamente sotto i colpi dei Carabinieri sull’uscio di un casolare a Poggio delle Forane, presso Capalbio. All’estremità della rupe di Cellere sorge la rocca, di origine medievale, ampliata e trasformata in lussuosa residenza dai Farnese nel corso dei secoli XVI e XVII; appena fuori del paese troviamo un vero e proprio gioiello dell’architettura rinascimentale: la chiesa di S.Egidio, opera di Antonio da Sangallo il Giovane. Presso Cellere è il minuscolo borgo di Pianiano, stretto all’interno della sua cinta muraria, dove sembra che il tempo si sia fermato. Qui, nel 1867, avvenne un altro fatto di sangue tra il tragico e il farsesco, quando il famigerato brigante Veleno (al secolo Angelo o Luigi Scalabrini), invaghitosi della donna che accudiva il parroco, un giorno, presso la fonte di Pianiano, preso dalla gelosia stese a terra il prelato e gli puntò sul petto la doppietta: ma Don Vincenzo Danti fu più lesto di lui, estrasse un coltellaccio dalla tonaca eglielo piantò nel ventre, mandandolo al Creatore. Ormai il Sentiero dei Briganti si snoda lungo i dolci pendii della Maremma, dove le malsane arie palustri di un tempo hanno lasciato il posto a fertili terre di olivi e di viti, di frumenti e di ortaggi di ogni genere. Il sentiero, ormai giunto quasi in vista della sponda tirrenica, ci conduce al parco archeologico e all’oasi naturalistica di Vulci, due moderne istituzioni create per la conservazione della storia e dell’ambiente nell’area in cui sorse una delle città/stato più ricche e potenti d’Etruria, lambita e protetta dal corso del Fiora che qui scorre tra alti dirupi contrapposti di calcari a settentrione e di lave vulcaniche a meridione. Nel 1890, alle Pozzatelle, non lontano dai ruderi di Vulci, Luciano Fioravanti, supportato da Domenico Tiburzi, non solo assassinò un poveraccio ingiustamente ritenuto un delatore, ma trovò anche divertente andarne a trovare l’ancora inconsapevole vedova, raccontandole l’accaduto con dovizia di particolari.In questa zona il Sentiero dei Briganti si conclude e poco più a nord, nelle terre della Bassa Toscana, ebbe termine anche la tragica parentesi del brigantaggio di Tuscia. Morto Tiburzi a Capalbio nell’ottobre del 1896, anche Fioravanti scomparve poco dopo, ucciso a tradimento nel giugno del 1900 nei boschi di Manciano da un tale che credeva suo amico. Quando il giovane Stato italiano decise di occuparsi seriamente del problema e di guarire questa maleodorante piaga sociale, nessuno sentì più parlare dei briganti di Tuscia o dei loro manutengoli.


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