Il Sito dei Comuni dei Monti Prenestini

Monti Prenestini


Mete turistiche del San Vito Romano

Altitudine mt. 693 S.l.m.

 

Cenni Storici

Una serie di colline ricchissime di vegetazione che si estendono sulle pendici degradanti delle propaggini orientali dei monti Prenestini, è l’ambiente naturale in cui è situato San Vito Romano. Da qui si scorgono a sinistra i monti Simbruini, nel mezzo la catena degli Ernici e, di fronte, i Lepini. La zona fin dal X secolo a.C. fu abitata dagli Equi, un popolo di guerrieri che fronteggiò i romani nelle loro mire espansionistiche fino al 465 a.C. , anno in cui venne definitivamente debellato. Le terre degli Equi, furono attribuite da Roma ai propri veterani e ai reduci: tra esse vi erano Pisoniano, San Vito, Capranica e buona parte del territorio prenestino. In epoca romana San Vito si chiamava Vitellia; in altre epoche aveva assunto anche altre denominazioni come Bola e Treba. Riguardo all’origine del nome odierno, è citato un Castrum Sancti Viti in un documento della Curia prenestina. La denominazione fu sicuramente prescelta dai monaci benedettini, che vollero dedicare il paese a San Vito e nello stesso tempo conservare la radice del nome dell’antica Vitellia. I romani, dunque, abitarono questi siti per molti secoli e vi costruirono sontuose ville. Le prime invasioni barbariche non risparmiarono i centri disseminati tra i monti Prenestini e quindi anche l’antica Vitellia, che alla fine del VI secolo fu sottoposta alla dominazione longobarda. Nel IX secolo San Vito subì le terribili scorrerie dei Saraceni che invasero coste ed entroterra laziale durante il pontificato di Leone IV, penetrando fino al territorio sublacense. Durante gli scontri, un gruppo di bellicosi discendenti degli antichi equi decise di affiancare le orde saracene per distruggere Vitellia, rimasta fedele a Roma. Vitellia fu distrutta, ma i suoi abitanti scampati alla strage iniziarono, con l’aiuto dei monaci benedettini, la ricostruzione di un nuovo centro che andava sorgendo proprio lì dove si erano rifugiati. Sulla sommità della rupe fu eretta una fortezza intorno alla quale si formò l’abitato. Inizialmente il centro fu feudo dei monaci di Subiaco, fino all’anno 1180, quando subentrarono i Colonna. Questi si preoccuparono subito di fortificare il castello circondandolo con una strada detta “La Difesa”. Il Borgo costituitosi intorno al maniero risale al XIV secolo ed è rimasto pressoché intatto. La famiglia Colonna rimase feudataria del paese fino al 1565, quando un suo celebre discendente, Marcantonio, gravato da debiti, fu costretto a cedere alcune proprietà. San Vito fu acquistato dai Massimo, ma dopo appena dieci anni, nel 1575, passo nelle mani dei Theodoli che ancora oggi possiedono l’omonimo castello al centro dell’abitato antico.

 

 

 

Chiesa di S. Maria de Arce

La Facciata

S. Maria de Arce è la chiesa principale del paese posta a fianco del Castello Theodoli. La sua prima fase costruttiva risale al secolo XV, come attestava l’iscrizione posta all’interno di una campana (1489), e doveva servire quasi esclusivamente i soldati acquartierati nei pressi della Rocca. Nel secolo XVII, San Vito passò ai Theodoli, che dimostrarono la loro munificenza anche nei confronti di questa chiesa, vicina al loro Castello, donandole la grande pala d’altare dell’Assunta attribuita a Carlo Maratta. Intorno al quarto decennio del XVIII secolo, poi, Gerolamo Theodoli, valente architetto, progettò il nuovo campanile e la facciata. Dalla seconda metà del XIX secolo si avvicendarono nella conduzione della chiesa una serie di parroci che ne trasformarono l’aspetto. Furono costruite le due navate e fu abbattuta e ricostruita la volta aprendo le sei finestre laterali. All’inizio del XX secolo don Guarino Nini commissionò all’architetto romano Andrea Busiri-Vici un definitivo e moderno assetto della chiesa: il campanile, che era collocato a fianco dell’abside fu trasferito vicino alla facciata e fu quindi costruita un’abside nuova. Venne edificata anche una nuova sagrestia e la Cappella del Crocefisso; si provvide all’altare maggiore con relativo tabernacolo. Si diede anche avvio alla nuova decorazione pittorica, condotta prima nel catino absidale (ultimi anni 20) e poi sulla volta (1945-50), mentre contemporaneamente si pensava ad adornare gli altari e la cappella del Crocefisso. All’esterno, la facciata intonacata è caratterizzata da un unico ordine gigante scandito da paraste angolari, terminante con un timpano curvilineo con croce in ferro battuto in sommità. La copertura della navata è a capanna e la sua superficie verticale è sbruffata come il campanile posto sul lato sinistro. Il portale ha una semplice cornice in peperino: è sormontato da un timpano mistilineo con al centro lo stemma Theodoli in marmo e sotto una lapide che ricorda la dedicazione della città al Sacro Cuore di Gesù fatta nel 1940 dal Cardinale Salotti. La struttura, realizzata in muratura a sacco tipica della zona, è a tre navate con cappelle laterali e conclusa da un’abside coperta a catino. Il presbiterio, più alto, è diviso dalla navata centrale dall’arco trionfale rivestito di stucchi con lacunari radiali con al centro motivi floreali. Al centro dell’arco, uno stemma in stucco porta la frase “HAEC DOMUS DEI”. La navata centrale è scandita da un ordine gigante di paraste, tra le quali si aprono gli archi che danno accesso alle navate laterali.

 

 

 

L' Interno

La navata centrale è coperta da una volta a botte in muratura dipinta a olio da Aronne del Vecchio, così come la controfacciata nella parete sopra al coro. Dello stesso artista due quadri posti ai lati dell’altare maggiore ed altri sparsi nella chiesa, oltre alla bella via crucis. Nella navata destra, al centro della parete laterale si entra nella Cappella del Sacro Cuore di Gesù, posta in asse con la navata centrale. L’ingresso è definito da una bussola di legno, sormontata da coro ligneo al quale si accede, tramite una passaggio e una scala posti in fondo alla navate laterale destra. Sul lato opposto, in prossimità del fonte battesimale, un’altra scala conduce all’interno del campanile.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiesa di S. Biagio

La Facciata

La primitiva chiesa risale al 1200, costruita sopra un antico oratorio officiato dalle Confraternite del SS.mo Sacramento e del Rosario. Fu restaurata nel 1400 con il concorso dei parrocchiani. Aveva tre altari: uno maggiore e due laterali. Tra il 1607 e il 1609 fu ricostruita ex novo in forma più ampia, da Giovanni Theodoli, marchese di San Vito, che oltre alla direzione dei lavori contribuì anche con la sua personale munificenza, ricordata con lo stemma theodoliano posto nel presbiterio. Non mancò la generosità del popolo e delle due Confraternite. La chiesa, elevata alla dignità di arcipretura, cui fu annessa la casa canonica, ha la pianta a croce latina, lunga 110 palmi (ca. 24.5 m) e larga 60 (ca. 13.4 m), coperta a volta, con l'altare maggiore, sette altari nella navata e due al termine del transetto. L'altare maggiore è d’effetto per la ricca decorazione barocca, in accordo col grande affresco del 1609, raffigurante fra due sacerdoti in cotta, il vescovo San Biagio, che porge la mano sotto la gola di un uomo in ginocchio, mentre una madre col suo bambino è in atto di chiedergli la grazia, alla presenza di un popolo in attesa del prodigio. La cappella a destra di chi guarda risale al 1847 e fu dedicata a San Giuseppe, l'altra è del 1831 e venne consacrata alla Madonna del Rosario. La cupola della cappella di San Giuseppe è ornata con quattro dipinti che rappresentano lo sposalizio di Maria e Giuseppe, l’Angelo che appare in sogno a Giuseppe invitandolo a fuggire in Egitto con Maria e il Bambino, la fuga in Egitto, la Sacra Famiglia nella bottega di Nazareth. La cupola della cappella della Madonna del Rosario è abbellita con le narrazioni della Nascita di Maria, dell'Annunciazione, della Visitazione, dell'Assunzione di Maria al cielo. Nei pennacchi della cupola immagini di Angeli, che mostrano ciascuno la corona del Rosario. Il battistero - non più officiato anche se tuttora esistente - situato in fondo, a destra di chi guarda, ha la vasca di porfido, sorretta da piedistallo e avvolta in un tabernacolo di noce, che reca alla sommità una piccola croce. Il nuovo battistero è stato sistemato nella cappella di San Giuseppe. Il campanile fu costruito nel 1715 e racchiude tre campane. Il tempio venne riconsacrato il 13 ottobre 1777 da mons. Pietro Ruggeri, vescovo di Ruvo, in onore della Madre di Dio e di San Biagio, Vescovo e Martire, divenuto compatrono della città, come è ricordato in una lapide, custodita nell’interno.

 

 

 

Chiesa di S. Biagio

Pregevoli gli antichi busti di proprietà dell’arcipretura raffiguranti San Biagio, Vescovo e Martire, e San Vito Martire: il primo scolpito in legno, il secondo eseguito con metalli preziosi. L'arciprete parroco don Augusto Zazza promosse il radicale restauro della chiesa che risultò, pertanto, abbellita e arricchita di nuovo pavimento, di altari di marmo in sostituzione di quelli in muratura, di un artistico tabernacolo marmoreo nell'altare maggiore, di rinnovate dorature delle colonne, delle cornici e degli stucchi.

 

 

 

 

 

 

 

 

Santuario di S. Maria di Compigliano

Una prima chiesetta dedicata alla Madonna di Compigliano dovette sorgere già nel XVI secolo subito dopo il miracolo operato dalla Vergine di donare la parola ad un fanciullo sordomuto. Ai primi del ‘600 fu terminata e munita di una prima facciata. Notizie di altri interventi non si hanno fino al 1790, quando, per grazia ricevuta, un notabile del luogo, Sisto Sallustj, fece costruire la Sacrestia, abbellire il presbiterio con eleganti decorazioni in stucco e rifare la facciata ”con elegante frontespizio”. La facciata dell’edificio si presenta assai semplice: una modanatura a rilievo incornicia lo specchio quadrangolare nel quale si apre la porta d’accesso sormontata da un ovato, ai cui lati sono disposte due finestrelle circolari. La porta è sovrastata da un fastigio a mensole e volute che inquadra il cartiglio con l’iscrizione relativa all’ultimo intervento di restauro dell’edificio. Il coronamento della facciata è a timpano curvilineo e spezzato, anch’esso definito da modanature in rilievo e con cornice superiore; l’edicola centrale è arricchita da un elemento decorativo a conchiglia. L’interno, a tre navate, è coperto a botte e presenta un’abside a terminazione rettilinea e copertura a cupola; molto ricco è l’apparato decorativo dell’altare maggiore con colonne ioniche, architrave e fastigio con volute . Gli altari laterali sono quattro per lato; elaborata è la decorazione pittorica . Nel 1890, la chiesa fu ampliata con la costruzione delle due navate laterali e, soprattutto ad opera di Mariano Zazza, segretario comunale, di suo figlio Augusto e di Don Domenico Arceri, arciprete di S. Biagio, si iniziò una fase di interventi di abbellimento dell’edificio che interessarono all’inizio del XX secolo la cupola sul presbiterio e la volta della navata centrale, l’esecuzione dei dipinti della cupoletta del presbiterio con i quattro Evangelisti e la decorazione a tempera della volta, eseguite dal pittore Antonelli. La cantoria con l’organo in controfacciata fu donata da un sanvitese nel 1918 per onorare la memoria del figlio caduto in guerra, come riporta l’iscrizione posta a fianco della porta. L’ultimo intervento documentato è stato il restauro della facciata e l’attuale decorazione della volta nel 1925. La collocazione sulla bussola del dipinto di Aronne Del Vecchio, che ricorda la solenne cerimonia dell’incoronazione della Madonna di Compigliano avvenuta il 22 agosto 1948, è un interessante documento di vita sociale del paese di San Vito e segna l’ultimo momento di fervore artistico, in ordine di tempo, per questa chiesa.

 

 

 

Chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco

La chiesa presenta due fasi costruttive: la più antica databile intorno alla metà del seicento, epoca di fondazione dell’edificio, l’altra realizzata nei primi decenni dell’ottocento. La struttura originaria a pianta ottagonale, decorata con stucchi e dipinti, costituisce una preziosa testimonianza del barocco non solo in San Vito, ma in tutto il territorio circostante. La fase ottocentesca, dopo le demolizioni dell’antica abside e dell’altare maggiore, originariamente collocato in asse con l’ingresso, presenta invece un vano rettangolare e una zona presbiteriale nuovi. La complessa decorazione del soffitto comprende una serie di otto riquadri con i ritratti di Santi dell’ordine Carmelitano, oltre un tondo sorretto da sei angeli con la raffigurazione della gloria di San Sebastiano collocata al centro del grande soffitto dell’aula ottagonale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Chiesa di S. Vito

La settecentesca chiesa di San Vito è la principale chiesa del paese: posta su un’altura, venne eretta sul luogo di una precedente cappella, fondata probabilmente dagli stessi Padri Benedettini che cambiarono il nome dal paese da Vitellia a San Vito. Risalgono a questo periodo la struttura, la decorazione dell’altare maggiore, la parte centrale del soffitto con la tela ottagona della Gloria del Santo e la tela posta sull’altare di San Lorenzo. Risalgono invece all’800 le altre decorazioni del soffitto, i dipinti dei due medaglioni laterali, le tele poste sugli altari; mentre i dipinti sulle pareti delle cappelle e le due grandi tele poste alla fine della navata risalgono all’ultimo intervento operato intorno al 1945. La chiesa è priva di campanile e l’unica campana presente è contenuta in una sopraelevazione del tetto a forma di piramide. L’ordine gigante della facciata è costituito da gruppi di lesene sormontato da un’alta trabeazione, mentre il coronamento a timpano, curvilineo e spezzato, presenta al centro un elemento decorativo a conchiglia. Il portale è sormontato da un finestrone ovale. L’interno, a unica navata, presenta due cappelle laterali dedicate a S. Lorenzo (sinistra) e a S. Anna (destra). Sulle due porte laterali in prossimità del presbiterio sono stato poste due grandi tele con episodi della vita di S. Vito, mentre la tribuna quadrata ha una imponente decorazione d’altare in stucco che inquadra la nicchia con la statua del Santo. Le reliquie di san Vito, giovinetto martirizzato sotto il regno dell’Imperatore Diocleziano, sono conservate nella chiesa di San Biagio, che già le custodiva anteriormente all’edificazione della chiesa dedicata al santo. L’edificio fu compiuto nel 1735 su progetto del marchese architetto Gerolamo Theodoli, proprietario del feudo di San Vito, con l’intento di collegare il colle all’abitato in funzione di una progressiva espansione edilizia. La lapide posta in Sacrestia ricorda come il vecchio tempio vetustate collapsum fu ricostruito dalle fondamenta sulla sommità del colle con progetto e denari del marchese Theodoli e con aiuto del popolo e dedicato nel 1735.

 

 

 

Palazzo Theodoli

Il palazzo presenta una curiosa struttura a nave, sottolineata dall’alta scarpata che la circonda e che si insinua come una prua verso il corso Mario Theodoli. In questa direzione si affaccia la loggia ad archi, mentre l’ingresso principale è collocato nella parte retrostante, che si affaccia sulla piazza della chiesa di S. Maria de Arce. Si tratta di una struttura complessa, risultato dell’addizione di una serie di corpi di fabbrica via via aggregatisi. Un primo nucleo del Castello di San Vito fu costruito quando, dopo l’invasione dei Saraceni nel IX secolo e il saccheggio di Verugine e Vitellia, popolosi centri abitati nelle pianure, gli abitanti di questi si rifugiarono sopra una alta roccia; un grande "scoglio" isolato, "aperto in vari punti da numerose spelonche, sovrastate da un piccolo ripiano su cui oggi domina la chiesa del Patrono”. Su questo scoglio, isolato e imprendibile a causa delle numerose caverne che vi si aprivano, cominciò la ricostruzione di Vitellia e l’edificazione della Rocca, poi progressivamente ampliata. Ai piedi del fortilizio venne costruita la porta del Borgo, che difendeva la cittadina sul lato occidentale. Con alterne vicende San Vito rimase in mano alla nobile famiglia romana dei Colonna fino al 1563, quando fu venduto ai principi Massimo, che e loro volta lo cedettero ai marchesi Theodoli dieci anni dopo. L'ampliamento della Rocca, già presente sulla spianata in cima al cosiddetto "scoglio” iniziò quindi già dalla fine del Duecento. La tradizione locale vuole che nel castello di San Vito nascesse nel 1368 Oddone Colonna che divenne papa nel 1417 con il nome di Martino V; la stanza in avrebbe visto la luce fu convertita in cappella domestica da Gerolamo Theodoli nel XVIII secolo. Fu con il marchese Alfonso e con il fratello Mario Theodoli, cardinale nel 1643, che la struttura del Castello cambiò radicalmente, così come quella del paese. Come ricorda una lapide presente tuttora in piazza A. Baccelli, il cardinale fece spianare le asperità del suolo oltre la porta del Borgo, e quindi oltre il Castello, e diede vita alla lunga e comoda via che da lui trasse il nome di Borgo Mario Theodoli; non solo, fece anche costruire confortevoli abitazioni e soprattutto la chiesa dei SS. Sebastiano e Rocco con il convento annesso.

 

 

 

Palazzo Theodoli (L’ingresso del palazzo)

Continuatore delle iniziative del cardinale Mario fu Carlo, che ebbe il merito di restringere e di fortificare la piazza d’ingresso antistante il castello e la chiesa di S. Maria de Arce, munendola di cannoni. Fece modificare, inoltre, la struttura architettonica del palazzo con la costruzione di due nuovi bracci e con l'ampliamento della grande scarpata sottostante, forse per uniformare le disuguaglianze dei corpi di fabbrica. All'epoca di Carlo risale anche la sistemazione dell’intorno e la decorazione ad affresco delle sale degli appartamenti ricavati nei due nuovi bracci e della sontuosa Galleria. Il prospetto in stile neogotico nella piazza antistante la chiesa di S. Maria de Arce risale invece alla fine dell’Ottocento.

 

 

 

 

 

 


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