XXII Comunità Montana degli Aurunci e Ausoni

Monti Ausoni


Passeggiata per Fondi


16/12/2013 10.43.08

Siamo in piazza s. Francesco: la chiesa a due navate in stile gotico con influssi romanici e il convento iniziato dal poverello di Assisi nel XIII secolo quando passò per Fondi, e ampliato da Onorato II Caetani come si legge alla base della lunetta del portone ben lavorato in marmo fig.1. Il mosaico della lunetta è opera del maestro Durso. All’interno, tra le lapidi infisse nel muro divisorio delle due navate si può notare il bassorilievo a finestra rappresentante la “coniuctio dextrarum”, la congiunzione delle destre, in segno di eterna fedeltà, cioè di matrimonio sintetizzato nel diritto romano nella formula “ubi tu Gaius ego Gaia”, fig.2. Attualmente è stato restituito a splendore dai frati minori che da una condizione di abbandono e di degrado, l’hanno ristrutturato con gusto ma nello spirito della povertà francescana. Notevole è il coro costituito da tredici stalli ogivali in sintonia con la chiesa, e che ci ricordano l’ultima cena. Suggestive e luminose le vetrate istoriate che al tramonto si animano di giochi di colori sfumati; se poi si eleva il coro dei frati, l’atmosfera mistica è completa. Il motivo ogivale lo ritroviamo nella recinzione metallica dell’aiuola con la statua di s. Francesco, opera dello scultore R. Raso, pure di Fondi, fig.3.
Si entra fugacemente nel chiostro aggraziato da verdeggianti agrumi incorniciati da 22 colonne ottagonali con capitelli ed archi in pietra peperina, fig.4. Sotto il porticato i resti dell’antico antiquarium in attesa di essere trasferiti nella moderna sede del Museo Civico.
Usciti dal chiostro ci avviamo verso piazza Unità d’Italia; alla nostra sinistra possiamo vedere i resti delle terme romane di età imperiale, fig.5. Esse erano molto più estese; la loro posizione ha costretto Corso Italia a piegare verso est-sud est; la loro presenza fu scoperta durante i lavori di rifacimento della vecchia cappella di San Rocco, distrutta dalla guerra. Il santo però si può oggi ammirare a sinistra della piazza fig.6, dove fa bella mostra di sé e ingentilisce non poco la piazza stessa trasformando in giardinetto confortevole e grazioso un luogo prima circondato da vecchi tabelloni pubblicitari che toglievano inoltre la vista sulla splendida piazza. E’ opera dello scultore fondano Teo Di Cicco, residente in America, ma... col cuore sempre qui.
Prima di addentrarci nel Corso Appio Claudio, l’antico decumanus maximus dei Romani, diamo uno sguardo a sinistra all’opus incertum di età sillana, del muro di cinta. Più in alto le finestre arabescate del palazzo del Principe in cui risedette la famosa e bellissima Giulia Gonzaga. Il palazzo fu terminato verso la metà del XV secolo. Davanti a noi, fig.7, ammiriamo un monumento unico nell’area mediterranea, per imponenza e stato di conservazione: la torre-faro del IV -III sec. a.C. Nata come monumento funebre, forse un tropaeum, come ce ne sono tanti nella nostra zona, venne in seguito elevata a torre di osservazione e infine adattata a opera di difesa e anche a carcere. Essa è formata da un bastione di forma cubica di circa venti metri di altezza che imbraca la parte cilindrica che si eleva fino a trentatré metri. Sono visibili nella torre quattro ambienti circolari di sei metri di diametro: uno che riceve luce dalle aperture di fronte a noi; un secondo che riceve luce dall’apertura di Piazza Matteotti fig.7a, all’interno; un terzo che va dal terrazzo fino alla metà del cilindro; un quarto che riceve luce da tre vedette: una rivolta a sud est, cioè verso Setteaqui, Sperlonga, e che taglia a metà il Corso Italia; un’altra rivolta verso le Querce di Cesare e il passo di Campodimele; una terza infine che guarda verso la Torricella a guardia dell’antica Acquaviva, cioè Vallecorsa vecchia, a cavaliere del passo che separa la valle del Sacco da quella di Fondi. Noi però supponiamo che un quinto ambiente sia tra la base del torrione e le prime bocche di luce. A destra vediamo la possente mole della fortezza Caetani con le sue due torri angolari costituenti due formidabili avancorpi. In verità tutto il complesso, cioè il palazzo, il torrione, la fortezza, obbedisce ai canoni di una tecnica difensiva sviluppata dai greci fin dal IV secolo a.C., che consisteva, per buona parte nel fare avanzare bastioni nei punti principali e più accessibili della cinta urbana per costringere così gli assalitori a spezzare le loro linee di attacco.

Ecco Porta Napoli, cioè l’ingresso al Corso, essa è un esempio di porta scea (ricordate le famose porte scee di Troia?). Il torrione infatti dividendo il Corso Italia col suo spigolo volto a est-sud est, costringeva gli assedianti ad avanzare col fianco destro scoperto in quanto lo scudo si portava con la sinistra. Da notare l’imbocco di Corso A. Claudio fig.8 che prima invita ad entrare, ma poi si restringe in una strettoia con scarse possibilità di manovra. Ecco perché la porta della città è alquanto arretrata rispetto all’esterno della fortificazione. In quest’ottica si può forse spiegare il fatto che la porta ora risulta in linea con la parte esterna del muro, ora in linea con la parte interna (primo e secondo incavo della parete per l’uscita degli archi delle porte) fig.9. Infine al tempo dei Romani in linea ancora più interna (terzo incavo in alto sullo spigolo del Torrione.
Entrati in piazza Matteotti fig.10, l’antica piazza del mercato, si ha un insieme ancora più raccolto e quindi più suggestivo della parte interna dell’intero complesso; di cui osserviamo le linee in fuga verso l’alto, quasi per alleggerire l’intera massa: una sintesi plastica degli elementi principali della geometria, il cerchio e il quadrato, il cilindro e il cubo. Da notare le prese di luce del terzo ambiente (contando anche quello invisibile della base) della parte cubica; l’entrata dal terrazzo della stessa al primo ambiente del cilindro e infine le due vedette dell’ultimo ambiente. Spostando lo sguardo a sinistra osserviamo che la fuga in orizzontale della mole massiccia mortifica e limita il verticalismo del Torrione. La sua parete spessa quattro metri si eleva dal muro di cinta. Si notano due ampi portali che immettono nell’unico salone terraneo; più su tre grosse finestre irregolari danno luce all’ampio salone del primo piano adibito anche a carcere nei tempi passati. A questo si sale dalla porta laterale piccolina, sormontata da una stele marmorea con una colonna al centro, molto più antica di quanto comunemente si crede. Essa non è lo stemma dei Colonna (che si trova invece all’interno del Museo che ha sede proprio in questa fortezza), ma secondo noi è un frammento di marmo greco bianchissimo e le due lettere scolpite ai fianchi della colonna, fig.11, sono state interpretate con le iniziali di Prospero Colonna, non notando a sinistra che il sigma greco è stato adattato a lettera P. Per questa porta si sale, a destra, per una scala a intercapedine, al primo piano; poi per un’altra scala pure a intercapedine si sale al terrazzo panoramico. I due lucernari illuminano le due ultime rampe.
A questo punto possiamo entrare e visitare il Museo oppure scendere verso il Corso A. Claudio. Intanto ci troviamo di fronte il palazzo del principe, costruito in vari momenti e con diversi adattamenti. Si eleva sulle mura di cinta e comprende tutta la Banca Popolare e alcune abitazioni private fig.12. Esso si presenta rimaneggiato in più punti e in epoche diverse, sicché si può cogliere una certa armonia di linee di forme solo nel lato est e in quello nord, con finestre ad arco e quadrate con meravigliosi arabeschi nella parte superiore e protomi, cioè figure umane e di animali, nelle chiavi di volta e lungo gli stipiti. Ci colpisce un poderoso balcone ad angolo che stona parecchio con le linee del palazzo. Attraverso il portale di ingresso di stile angioino con motivi floreali agli angoli superiori e un’elegante cornice che abbellisce e alleggerisce l’intera costruzione, si entra nel cortile in cui ammiriamo l’elegante e svettante loggiato in stile ogivale, fig.13, che noi riteniamo della stessa epoca delle navate della chiesa di s. Maria, cioè della fine del XV secolo. Notevoli le finestre, fig.14, e il motivo del portale d’ingresso ripetuto nelle finestre stesse e negli ingressi. La scala maestosa che porta al loggiato è originale e consta di 25 gradini mentre l’altra che porta a private abitazioni è di epoca posteriore. Alle nostre spalle abbiamo l’ala del palazzo aggiunta verso il XVII secolo, ora adibita a banca, allora a stalle. Essa arriva alla parete della navata sinistra della chiesa cattedrale e nasconde il rosone corrispondente a quello della navata di destra visibile; uscendo dal cortile possiamo notare che il portone è fuori asse e l’arco interno è a sesto ribassato, il che ci fa pensare ad una precedente costruzione romana.
Con la fig.15 siamo in piazza Duomo che se fosse liberata dall’ala aggiunta del palazzo (banca e altro), sarebbe la piazza più ampia e più bella di tutta la città. Di fronte abbiamo la poderosa facciata della

cattedrale di s. Pietro in stile romanico a tre navate, maestosa nel suo insieme, che presenta un solo portale, come tutte le chiese di Fondi, ad eccezione di s. Maria che ne ha tre. La convergenza delle linee verticali verso l’alto, il timpano superiore con mosaico del maestro Purificato rappresentante Gesù nel Getsemani, il rosone centrale, l’edicola a baldacchino con s. Pietro che regge le chiavi, opera di Arnolfo Di Cambio, la lunetta sul portale con mosaico ancora di Purificato, la cornice divisoria dell’intera facciata, movimentano e spezzano la pesantezza dell’intera parete così che la vista di insieme è piacevole armonica e dinamica verso l’alto. A destra della Chiesa vediamo il campanile, fig.16, massiccio, orientaleggiante, gotico nell’insieme, ma riflette un’epoca più recente nella parte più alta la cui bifora è più elegante e movimentata della bifora sottostante. La cupola a forma di cono è troppo piccola rispetto al campanile, e per questo non riesce ad alleggerire la mole. Ci avviciniamo al portale di marmo bianco, ricco di movimento e finemente ricamato di colonne con capitelli, protomi, modanature e motive floreali, fig.17. L’architrave è scandito da sette nicchie con sei santi e Gesù benedicente al centro. Lo stile è gotico-longobardo e ci ricorda quello delle chiese francesi e inglesi della stessa epoca. La lunetta rappresenta Gesù che offre le chiavi a s. Pietro, anch’essa è opera del maestro Purificato.
Entriamo in chiesa; subito notiamo che ci troviamo sotto il piano stradale, ed è questo il piano originario. Prima il pavimento si trovava ad un’altezza superiore, come si può evincere dall’ingresso sopraelevato di una cappella lungo la navata sinistra. Osserviamo che i pilastri hanno differenti piedritti, segno di continui rifacimenti. Sul terzo pilastro di sinistra ammiriamo un s. Pietro benedicente, con le chiavi nella mano sinistra, la fattura del volto dichiara la sua origine mediorientale, fig.18. Il santo è seduto su trono di animali, come ad indicare il potere della Chiesa sulle forze irrazionali che vengono anche arginate dal potere politico, come si può arguire dagli stemmi dei duchi di Gaeta. All’inizio della navata sinistra si trova il battistero in mosaico, rilevato dal centro della navata centrale, dove si trovava anche il grande fonte battesimale in marmo, forse del 380. Esso si può far risalire al XII secolo, stessa epoca dell’ambone di scuola cosmatesca, presso l’altare sulla destra, che proviene dalla chiesa di San Giovanni a Ponte Selce. Le quattro colonne dell’ambone poggiano su due leoni, una tigre e un ariete. Forse questa chiesa può ascriversi al tipo delle basiliche costantiniane.
Il pannello frontale del pergamo cosmatesco contiene un quadretto con San Girolamo, l’autore della “Vulgata”, cioè la Bibbia tradotta in latino dai testi semitici e greci, fig.19.
Sospesa all’arco maggiore dell’abside fa bella mostra una croce lignea forse di epoca bizantina con i volti di s. Elena e di Costantino il Grande, alle estremità del braccio orizzontale della croce (secondo altri: la Madonna e San Giovanni ap.). Ci ritorna in mente l’accostamento più su fatto della chiesa nostra con la basilica costantiniana, fig.20.
Nel transetto di destra, al di là della pesante inferriata di protezione, notiamo la cattedra cosmatesca, del XII secolo su cui sedette il 31 ottobre 1378 l’antipapa Clemente VII, ricevendo la tiara da Onorato I Caetani. Si iniziò così il grande scisma d’Occidente, fig.21. In fondo ammiriamo il sarcofago di Cristoforo Caetani, figlio di Onorato I e padre di Onorato II il più illustre dei Caetani di Fondi, che lo fece erigere prima del 1466, forse da Donatello, fig.22. Alla sinistra di chi guarda è l’Annunciazione di C. Scacco, al centro; ai lati s. Onorato col modellino del castello e San Mauro. Sulla parete di destra vediamo un altro trittico raffigurante la Maestà con San Pietro, a sinistra, e San Paolo a destra. Al centro la vergine col Bambino che regge il mondo, e, inginocchiato, Onorato II Caetani, come nella lunetta del portale maggiore di s. Maria. Autore del trittico è Antoniazzo Romano.
In fondo alla navata si trova un altare barocco con la Madonna che allatta il Bambino, con chiari influssi di Raffaello e di Giulio Romano. L’autore di questi dipinti non ci è noto, forse è un meridionale seguace del Criscuolo. Infine ammiriamo il Cristo deposto di F. Trevisan, veneziano, quasi dormiente e in aspetto alquanto lontano da quello tradizionale sofferente e in agonia. Importante del Duomo il prezioso archivio storico che conteneva tra l’altro un “Exultet” del VI secolo; e un inventario dei redditi e dei

beni della chiesa fondana, del XII secolo, che è considerato il testo di partenza per lo studio della lingua italiana nell’area campana.
Usciamo dalla chiesa e subito a sinistra vediamo una bifora elegante e orientaleggiante con gli archi acuti bilobati simile a quella del campanile e anche alla bifora del campanile di Santa Maria. In essa si possono cogliere influenze dello stile bizantino.
Scendiamo il Corso A. Claudio: all’inizio, a destra, ci colpisce una bellissima bifora con due archi a sesto acuto sorrette da una colonnina con capitello di foglie di acanto di ispirazione corinzia, fig.23. La fattura dei due archi si richiama al periodo gotico nella sua fase finale; il timpano centrale a raggiera ci suggerisce un luogo di culto. Scesi di circa cento metri all’ingresso dell’antico foro romano, notiamo un imponente edificio il cui pianterreno e forse anche il primo piano sono di epoca romana, fig.24. Forse trattasi della basilica dove si svolgevano i processi e gli affari politici importanti. A due metri circa sotto il basolato che stiamo calpestando, se ne trova un altro di spesse lastre rettangolari di granito chiaro.
Davanti a voi l’attuale piazza s. Maria, fig.25. Fino a due generazioni fa era il cuore della vita economica e politica della città. Anticamente esisteva un porticato sul lato destro, sotto cui si incontravano solo gli uomini per questioni di lavoro; le donne avevano poco a che fare con questo luogo, in quanto erano intente solo alle faccende domestiche e all’educazione dei bambini. L’ampia scalinata (rifatta) della chiesa conferisce una nota teatrale alla piazza, quella precedente era rovinata da cinque secoli di usura. Quante generazioni, quanti discorsi, quanta vita su quelle scale! Esse continuano sotto l’attuale marciapiede di calcare chiaro per una profondità di circa un metro e mezzo. Così il podio della chiesa, rispetto al piano stradale, era ancora più alto e dominava tutto il foro. La facciata della chiesa risultava perciò ancora più imponente e sbalorditiva per chi usciva improvvisamente da uno dei tanti vicoli perpendicolari alla piazza. Da notare l’ampio sagrato dal quale forse i Romani, prima del cristianesimo, dirigevano le assemblee popolari. Questa chiesa è l’unica a Fondi ad avere tre portali e l’ingresso rivolto a sud, su cui i sommi sacerdoti e gli auguri scrutavano gli astri del cielo alla maniera etrusca (non sono da escludere antiche ascendenze etrusche). Il portale centrale è di stile classico, fig.26, con stipiti e architrave di marmo bianco finemente scolpiti con motivi floreali e con gli stemmi dei Caetani di Aragona. La lunetta superiore contiene la SS. Vergine col Bambino, al centro; mentre ai lati abbiamo s. Caterina martire e Onorato II Caetani che fece erigere la chiesa nel 1490, come si legge nell’epigrafe posta a sinistra del portale in alto. Disadorni sono il rosone e il timpano. Il campanile è anteriore alla chiesa stessa; è in posizione arretrata rispetto alla facciata, come se non volesse con la sua altezza sciupare l’armonia delle linee e delle proporzioni della facciata stessa. Le sue sei aperture danno luce e suggestione alle tre navate. Notiamo la bifora al secondo piano, fig.27. A chi appartiene la testa al centro sopra la bifora? La colonna tortile e gli archi bilobati, ma più aperti, ci suggeriscono un’epoca intorno al mille.
Entriamo nella chiesa; incontriamo sulla destra un trittico attribuito a Gabriele da Feltre, dedicato allo Spirito Santo tra s. Giovanni evangelista e s. Giacomo, fig.28. Nella parte superiore notiamo la Vergine col bambino, tra s. Onorato che regge in mano il castello e s. Sebastiano. Nella parte inferiore sono rappresentati quattro dottori della Chiesa.
Più avanti scorgiamo una pala recentemente restaurata di autore ignoto del XVII secolo. Rappresenta l’allegoria della Chiesa con al centro una figura di florida donna con il simbolo dell’Eucarestia nella mano sinistra e con il libro della dottrina nella destra. Ai lati s. Giovanni battista e s. Matteo. Dall’alto dei cieli vigila la Vergine col Bambino, angeli festanti e putti. In fondo alla navata, nel transetto ammiriamo la Madonna del Cielo in atteggiamento di preghiera, opera dello scultore G. B. Amato del XVI secolo, commissionata dalla nobildonna Beatrice Ottinella, fig.29. Lo Spirito Santo protegge dall’alto e una corona di angeli festanti, come quelli di prima, su fondo celeste, impreziosisce tutto

l’insieme. Nell’abside della navata maggiore si osserva la pala della dormizione della Madonna e della sua assunzione al cielo. Essa è del 1534 e va attribuita a un pittore gaetano della scuola del Criscuolo. La Vergine, tornando alla pala, dorme beata, protetta e paternamente vigilata dai dodici apostoli; la scena dell’assunzione è una festa di luce e di canti per la vergine che sale. I cinque seggi di legno sotto la pala appartenevano all’antico coro ligneo. I due bassorilievi del seggio centrale - la Vergine e s. Caterina - fissati alla meglio sui due braccioli, furono segati negli anni ‘60 per essere trafugati. Sul lato sinistro del transetto, di fronte alla Madonna del Cielo, possiamo ammirare un ciborio del 1491, finemente scolpito a bassorilievo con lo stemma dei Caetani tra due conucopie, nella parte inferiore, mentre la parte centrale è costituita da un ambiente a cassettoni, in prospettiva. I due stipiti riportano motivi già presenti nel portale di ingresso.
Girando lo sguardo al centro del transetto notiamo due amboni uguali di età rinascimentale con gli stemmi dei Caetani; di essi notiamo i particolari dei capitelli. Proseguendo lungo la navata incontriamo una pala recentemente restaurata con il battesimo di Gesù nel Giordano. Notevole la colomba dello Spirito Santo e i quattro angeli festanti. La prestanza fisica dei personaggi ci fanno pensare ad influssi michelangioleschi; la pala è molto simile ad un affresco con lo stessa tema, sul soffitto di un refettorio della Certosa di s. Martino a Napoli. Proseguendo incontriamo due trittici di G. da Gaeta: il primo la pietà, contrariamente ad altri simili, ha solo due personaggi centrali. Il dolore straziante della Madonna è fissato in un gesto ripreso da due angeli, mentre sulla croce incombono i simboli della passione: le tenaglie, i chiodi, il martello, la canna con la spugna imbevuta di aceto. Il recente restauro ha restituito la luce dorata al quadro. Il secondo trittico è la Natività, affollato di personaggi: al centro abbiamo il presepe con paesaggio pastorale e velo di angeli; a sinistra s. Marciano e a destra s. Michele che lotta contro il drago. Nelle due cimase laterali si raffigura l’Annunciazione; in quella centrale Cristo che benedice con un libro aperto tra due angeli: Negli angoli superiori di ciascuna pala son dipinti sei profeti. Prima di uscire paragoniamo l’interno della chiesa di ieri con quello di oggi, fig.30.
Usciti fuori alla nostra destra, con le spalle alla chiesa, vediamo un portale ogivale che immetteva, secondo alcuni studiosi, nel lupanare di epoca romana. Fino a poco tempo fa sulla chiave di volta era figurato un simbolo fallico. Da esso oggi si entra nella tormentata area della chiesa di s. Antonio, sede dell’antica Confraternita della Morte, in attività fino agli anni cinquanta. I confratelli, dediti a opere di pietà, usavano lunghi camicioni bianchi. A sinistra del portale infissa nel mura ad altezza d’uomo vediamo un bassorilievo, forse parte di una stele, raffigurante un personaggio in atteggiamento solenne, forse un magistrato con un “volumen” nella mano destra, fig.31. Il luogo in cui si trova, la tradizione popolare, le grosse maglie di ferro potrebbero suggerirci il luogo della pubblica gogna, i così detti “collaria forensia” dei romani.
Lasciamo piazza s. Maria, l’antico foro romano (o forse l’antica agorà greca?) e saliamo per via P. Giannone, perpendicolare al portale centrale della chiesa. Passiamo sotto un “ponte” (meglio, una struttura di collegamento tra caseggiati, o più precisamente androni di nobili palazzi?) A Fondi sono numerosi e di diversa fattura; sono strane strutture che fanno pensare a più di una funzione. Prima di passare sotto il secondo “ponte”, guardando in alto, tra il primo e il secondo piano, osserviamo un bassorilievo, sicuramente facente parte di un grande fregio, rappresentante un dignitario imperiale. Secondo la tradizione popolare, si tratterebbe dell’immagine di Cristo incoronato di spine, con mantello di porpora e con lo scettro, cioè il biblico “ecce homo”, fig.32.
Sotto il “ponte” notiamo un notevole dosso; sotto cui si trovano locali di epoca romana. Alcuni dicono addirittura che ci sia un cunicolo che porta all’interno della chiesa di s. Maria. Usciti ci troviamo su un livello stradale molto elevato, tanto che bisogna scendere alcuni gradini per giungere nella via parallela a destra. Sicuramente siamo sopra notevoli resti di antiche costruzioni riempite o ricoperte di materiale

per esigenze di scolo delle acque. O forse perché Fondi è una città sorta su terreno alluvionale e quindi soggetta a stratificazioni? Questi resti sono causa di dissesti dei piani di molte strade della città, (piazza Matteotti per esempio).
Scesi in via T. D’Aquino, guardando a sinistra, ammiriamo la pesante facciata della chiesa di s. Domenico che al tempo di Ruggiero Dell’Aquila fu data dai Benedettini ai Domenicani. Nel 1466 fu restaurata da Onorato II Caetani, come si rileva da un’iscrizione sull’architrave, su cui spicca lo stemma della famiglia, fig.33. L’interno è a due navate, di cui la minore è di chiara ascendenza romanica, come pure romanico è il chiostro. Sul secondo pilastro incastonata in un concio è una figura mostruosa. La navata grande contiene, sotto il pavimento delle tombe alle quali si accedeva per mezzo di una scala al centro della navata. Si favoleggia anche della presenza di un cunicolo che conduceva fino a s. Maria. Prima di entrare nel chiostro diamo uno sguardo allo stemma marmoreo dei Fatebenefratelli, fig.34, sull’ingresso: un melograno fiorito da cui sorge una croce con una stella a otto punte. Una serie dei quadri dei Priori Generali dell’Ordine e degli altri padri illustri e quello grande dell’eccidio dei frati nel 1656, sono conservati nel Museo Civico.
Entriamo nel chiostro: ci colpisce la gravità della sua struttura; 23 colonne massicce di cui 20 ottagonali e tre rotonde sulle quali poggiano gli archi del terrazzo. In questo monastero si trattenne dal 1272 al 1274 il grande Tommaso D’Aquino del quale indichiamo sul lato per cui si sale al piano superiore, la sala in cui insegnò, e a fianco, presso la scala, la cappella in cui fu sepolto il suo corpo per circa un secolo, quando esso fu traslato a Tolosa, dove era diretto, fig.35.
Per via G. B. Migna sbuchiamo sulla piazzetta della Croce che un tempo, priva di auto; era sempre piena di attività proprie di una società contadina: panni stesi, prodotti agricoli messi ad essiccare, crocchi di donne intente in mille faccende, frotte di ragazzi schiamazzanti davanti a noi, un edificio con contrafforti e alta balconata, simile a quello visto in via A. Saratta, è di epoca romana, con mura spesse che fanno pensare più ad un’opera di difesa che a una costruzione civile, fig.36.
Per via O. Flacco scendiamo fino a via T. Livio, dove possiamo osservare, perfettamente conservato, uno dei più begli esempi di fortificazione romana del II, I sec. a.C. con merlatura, camminamento e feritoie di manovra. Una curiosità: il dislivello tra la via su cui siamo e la via F. Filzi, al di là della fortificazione, è di oltre tre metri! Alla destra di questa struttura possiamo vedere ancora dei giardini pensili, come ce n’erano in altre parti della città.
Per via Virgilio sbuchiamo in una piazzetta che priva di auto, ci riporterebbe agli anni quaranta, quando Fondi era un paese agricolo. Se aggiungiamo giovani discorrenti sul far della sera, il quadro di ispirazione oraziana, sarebbe perfetto con la sua suggestione di antico. Giunti in via M. D’Ettorre osserviamo un portale ogivale di chiara derivazione gotica, fig.37, resto di una dimora signorile ben più imponente delle modeste dimore che lo fiancheggiano. Di fronte vediamo ancora uno di quei tanti “ponti” di cui già si è parlato, fig.38. Passiamoci sotto e per corso D. Alighieri, sbuchiamo in C. Appio Claudio.
Al numero civico 68 notiamo un portale meraviglioso a sesto ribassato e scolpito a cuspidi piramidali su piedritti e capitelli di ispirazione classica, fig.39. Sopra l’insegna dell’Hostaria di Iacopo Spataro, del 1457. Questo portale con doppia filia di cuspidi è unica a Fondi (per la verità è raro anche trovarlo altrove). Poco più avanti a sinistra, in un angolo possiamo leggere l’epigrafe frammentata di un interrex, antichissima magistratura romana: a Clodia moglie di Caio Fusco, fig.40. Più avanti a destra in alto, posta sotto il balcone della così detta “casa del passeggero”, leggiamo l’epigrafe “Beato l’uomo che comprende anche il povero e il bisognoso, nei cattivi momenti (o forse è meglio leggere nel giorno del giudizio?) il Signore lo libererà”, fig.41.

Giunti a Porta Roma, davanti a noi si offre la vista della chiesa sconsacrata di s. Bartolomeo, di stile cistercense, con un portale ogivale, ormai ridotto a portone, e una cupola, di cui ormai restano due monconi, e un disadorno rosone. Il timpano superiore forse conteneva anche le campane, fig.42. Dietro la chiesa, in fondo all’abside è visibile e ben conservata una bifora strombata sobriamente elaborata. Si chiamava chiesa della Annunziata con un orfanotrofio per le fanciulle esposte. Dentro, tra l’altro si potevano ammirare il quadro dell’Annunziata dello Scacchi e l’affresco di Giulia Gonzaga. Fu eretta forse dalla famiglia Dell’Aquila di cui è visibile l’emblema al centro dell’arco di mezzo (XIII sec.). Sul pilastro destro si può vedere molto consunta dal tempo, l’epigrafe che diceva “Nel nome del Signore Gesù Cristo, nell’anno 1427 il primo marzo fu edificata questa cappella per la chiesa dell’Annunziata di Fondi al tempo del procuratore Nicola Petri De Dilla…“ La cappella di cui si parla era situata al basso, fig.43.
Alla sinistra di Porta Roma, dietro il bastione, scorgiamo un bel tratto di mura poligonali forse anteriori al V secolo. È un tipo di muro che troviamo diffuso in tutta l’area mediterranea, finanche a Delfi, fig.44. Qui, da noi, la tecnica di incastro dei blocchi obbedisce ad un’esigenza di difesa contro gli “arieti” degli assalitori: le forze statiche dei blocchi convergono verso il centro; i blocchi stessi hanno almeno sei punti di attrito tra loro e tra essi non vi sono scaglie di riempimento. E’ un miglioramento indiscutibile della tecnica costruttiva dei muri, che culminerà nell’opus reticulatum, proprio dei Romani. La torre quadrata, intatta con i suoi tre piani di manovra, è a 40 metri di distanza dal bastione, secondo la tecnica muraria dei Greci. Si notino in alto le feritoie a croce. Il muro poligonale continua inglobato nelle costruzioni, fino alla curva che il muro fa piegando verso sud (angolo ovest delle mura). Sono ancora visibili una postierla e una torre simile alla prima, entro la rotonda che si vede sul marciapiedi.
Percorrendo via Itri giungiamo all’ingresso di via Campodimele oltre il quale ammiriamo un lungo tratto con una rotonda, quasi intatto, del muro di prima difesa di epoca medievale (forse della prima metà del 1300, fig.45. Nel terrapieno, tra i due muri, si trovano cisterne capaci di raccogliere molta acqua. Le mura di Fondi costituivano un sistema di difesa di tutto rispetto e rispondente alle esigenze di lunghi assedi, altro che opera approssimativa!
Salendo via Campodimele, a destra, vediamo un altro dei tanti “ponti” con l’impiantito alla vecchia maniera (travi di sostegno e listelli detti “chianchiarelle” in dialetto fondano), fig.46. Questo ponte immette nel famoso “pizz mastrucc”, con riferimento alla trappola per topi, detta in dialetto “mastrucc”, in quanto chi entrava in questi vicoletti aveva poi difficoltà ad uscirne.
Percorriamo via R. Dell’Aquila, parallela alla linea del muro di difesa esterno, e notiamo che i numerosi vicoletti trasversali ad essa, permettevano di accorrere velocemente, in caso di assedio, alla difesa stessa. Arriviamo così in largo Aurilio Rufo, fig.47 (con la facciata sud della Giudea). Questo Rufo va identificato con certo Rufo citato da Ovidio: “Maxima Fundani gloria, Rufe, soli”. Cioè: O Rufo, grandissima gloria della terra fondana. Siamo nel cuore del quartiere ebraico; a sinistra vediamo un portale la cui chiave di volta reca scolpito un giglio. Un massimo conoscitore delle vicende ebraiche nostrane, suppone che essa fosse la sinagoga. Il popolino chiama il complesso edilizio “casa degli spiriti”. La piazza una volta era molto più grande in quanto il corpo di fabbrica, attraverso il quale entriamo nel cuore della Giudea, fu aggiunto nel 1800. Caratteristica di questa è la presenza, in un ampio cortile, di numerose scale che portano alle antiche abitazioni, in genere con la sola entrata, come del resto in moltissime casupole del centro storico antico. La casa, in una società prevalentemente agricola, era solo un dormitorio, in quanto le vie e le piazze soddisfacevano pienamente le semplici esigenze della vita. Il quartiere ebraico si estendeva oltre gli attuali confini, giungendo forse fin a Corso A. Claudio. Le attività principali degli ebrei erano la macelleria e la lavorazione del lino e della canapa. Era tanto diffusa questa industria che gli Statuti di Fondi assegnano luoghi particolari per la maturazione delle fibre: il Lago di Fondi e il Lago s. Puoto per i pubblici maturatori; il Lagurio e i pantani sono per quelli privati. Possedevano estesi territori da cui traevano la materia per le loro attività; avevano anche

una scuola solo per sé. Gli Ebrei cominciarono a decadere agli inizi del XVI secolo, quando Isabella Colonna trascurò la piana che divenne incolta e acquitrinosa e la città si spopolò. Uscendo per via Olmo Perino ci troviamo di fronte al porticato a tutto sesto dell’ingresso della vecchia chiesa delle Benedettine, fig.48. Sorgeva in quest’area un monastero buttato giù, perché pericolante, nel 1969. C’era anche un brefotrofio con la ruota degli esposti e dei trovatelli. La chiesa annessa, dedicata a s. Sebastano, era un gioiello del barocco napoletano, con numerose tele recuperate e distribuite nelle varie chiese di Fondi. Il porticato sull’ingresso porta lo stemma dei Caetani, fig.49.
A metà della via s. Benedetto, ai piedi del muro di cinta fig.50 scorgiamo numerosi blocchi delle mura ciclopiche demolite in anni recenti e buttati lì nel terriccio. Delle mura restano consistenti tratti di cui vediamo un esempio illuminante uscendo su via degli Ausoni. Procedendo per via degli Ausoni incontriamo la famosa e ben conservata Portella a sesto ribassato, fig.51, restaurata alla meglio. Essa a differenza delle altre porte, è parte costitutiva delle mura e non avulsa da esse (come sembrano, invece, dalle foto d’epoca e dai rilievi, le porte Roma e Napoli). Nel diminutivo “portella” noi ravvisiamo un’altra funzione del manufatto, cioè quella di paratoia e le scanalature negli stipiti e la modesta luce dell’arco, rafforzano questa ipotesi. La fig.52 mostra l’interno della Portella. Va detto che da qui giungeva l’acqua alla città. Salendo la scalinata a est della Portella, all’interno, possiamo vedere blocchi ciclopici e un muro in opus incertum. Alla fine dello slargo, a sinistra, ammiriamo il prosieguo del muro ciclopico di enormi blocchi e una postierla.
Percorrendo via Pellegrino Vescovo possiamo vedere il muro ciclopico dall’interno. Scendendo in via V. Gonzaga e prendendo a sinistra, ci troviamo in piazza del Cardinale, dove ci salta agli occhi la grande scala che conduceva al palazzo del cardinale Soderini. Una cuoriosità: all’altezza di circa tre metri, lungo la linea intonacata, sotto un gancio di ferro, era infissa nel muro una testa con grandi occhi che alcuni vecchi dicevano che fosse la testa dell’antipapa Clemente VII, fig.53. È stata scoperta, divulgata e sparita! Alla fine di via A. Gramsci, a sinistra ammiriamo un bel tratto in opus incertum di età sillana. Dalla fattura si può conoscere la tecnica costruttiva dei Romani, detta a sacco, cioè due cortine e nel mezzo pietrame di scarto della lavorazione dei blocchetti tronco-piramidali, fig.54. In fondo la torre angolare detta degli Stracciati. Sotto di essa è possibile vedere ampi locali, lungo il muro di cinta: forse cisterne o ripari per soldati. Di questi ambienti se ne possono vedere altri lungo tutto il muro est della cinta. All’inizio del giardino spartitraffico, ammiriamo la Madonna col Bambino, pure di T. Di Cicco, fig.55.
Andando verso il castello, incontriamo una torre quadrata in opus incertum, appoggiata al muro che oggi si presenta molto manomesso.
Potremmo concludere qui in piazza Unità d’Italia il nostro giro, ma non possiamo tralasciare di dare qualche cenno alla Porta Vescovo e a via Cavour, il decumano minor meglio conservato; all’inizio di esso, a destra osserviamo un maestoso portale con la chiave di volta recante lo stemma del vescovo O. Rossi, fig.56.
Un poco più avanti a sinistra notiamo un portale simile a quello del palazzo del Principe, fig.57.
Più giù a destra al civico 19 un altro portale simile, fig.58. A prima vista la facciata sembra quella di una chiesa. Poco più avanti a sinistra viene indicata la casa di s. Sotero, XIII Pontefice, fig.59, dal 168 al 177.
La fig.60 ci mostra la bocca del forno di s. Sotero, dove sono avvenuti miracoli. Il santo viene festeggiato il 22 aprile.
Scendendo e prendendo a destra, ci troviamo in via Mazzini, il cui piano stradale è elevato e irregolare: sotto si nascondono ambienti ancora accessibili, archi tunnel che portano nel foro. L’edificio alla fine della via, la galleria A. Claudio è romano: sotto di esso a un paio di metri, trovasi un basolato chiaro di grossi blocchi squadrati. se si potesse esaminarlo potremmo sapere se si tratta del foro o dell’agorà. Qui, proprio nel cuore della città finisce il nostro giro.
Ora potrete conoscere meglio la città e arricchire la conoscenza con mille altre osservazioni che più facilmente potete fare percorrendola meno frettolosamente. Un’ultima provocazione: l’obelisco in piazza potrebbe essere il “mundus”, cioè il luogo sacro dove i fondatori della città ponevano un pugno della loro terra patria e le primizie bene auguranti, e che poi coprivano con una lapide.


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